“Sono contento e soddisfatto di aver fatto il volontario in eventi del CSV; e lo farò anche in futuro. Certo, esserlo da molti anni in svariate associazioni mi consente di essere pronto ad aderire all’appello una tantum di un ente di servizio la cui missione è altra: supportare azioni ed eventi delle associazioni. E così ci sarò anche il prossimo anno, nel 2020 di Padova Capitale, perché immagino che le richieste di aiuto saranno molte e ci saranno parecchie occasioni per mettersi a disposizione”.

E’ questo uno dei passaggi clou della chiacchierata con Gianfranco Acerbi, padovano neo pensionato con lontane origini milanesi, che dimostra di aver riflettuto parecchio su cosa vuol dire per lui essere un volontario.

“Ho iniziato a fare volontariato a 13 anni! … ti sembra strano, vero? Eppure è così. Vivevo in collegio a Milano e a scuola ero bravo in tutte le materie. A me veniva naturale mettere a disposizione dei compagni che erano in difficoltà le mie competenze. Sono sempre stato attratto dalla socializzazione, cioè mettere in comune quello che si è imparato. Questo per me è uno dei pilastri della motivazione profonda del fare volontariato.
Poi nel corso della mia vita professionale ho avuto la fortuna di accrescere le mie professionalità tecniche e metodologiche. Ma non è solo quello che ho portato nell’associazionismo. Nel corso degli anni mi è capitato di rivestire vari ruoli: essere un organizzatore, oppure coordinare una ‘squadra’ cui viene affidato un compito di supporto, o essere un semplice volontario cui si chiede una mansione. In ogni caso si sente di essere utili e questo dà soddisfazione. A me personalmente conferisce equilibrio. Non è un semplicistico “passare del tempo libero che da pensionato è aumentato di molto; no, è provare piacere”.

Le iniziative del CSV nelle quali ha fatto il volontario negli ultimi 3 mesi sono differenti, e differenti sono stati i compiti affidatigli: “a settembre nella settimana di Solidaria eravamo in centro, in un punto baricentrico, a distribuire opuscoli, volantini ed indicazioni. Visto la ricchezza del programma di quella settimana era importante coinvolgere, informare e rispondere a domande direttamente sul campo. Immagino che sarà necessario anche durante Padova Capitale, anzi aumenterà lo sforzo informativo e di comunicazione. Poi in occasione del festival della cultura paralimpica ai primi di novembre ero in stazione ad accogliere le scolaresche che arrivavano da fuori Padova. Tempi stretti e percorso non semplice per farli arrivare fino al Bò, dove avrebbero ascoltato i campioni di vari sport. Tutto è filato bene, e ci hanno ringraziato molto. E poi l’assistenza ai giovani atleti con sindrome di down del campionato di calcio a cinque, impegnati in una tre giorni intensa di partite”.

Gianfranco è schietto, ha accumulato parecchie esperienze nel corso degli anni – comprese alcune meno positive di altre – e di questa con il CSV ne parla con entusiasmo: “qui c’è una struttura forte, esperta, con delle persone che lo fanno di lavoro. C’è stata attenzione nella fase di accoglienza di noi volontari, anche dal punto di vista umano. Io in particolare mi sono sentito tutelato dal coordinatore nel momento in cui ha mediato con il responsabile di una associazione, alle prime esperienze, cui noi volontari venivamo affiancati. E’ importante, affinché non si creino delle false aspettative o ti vengano affidati dei compiti incongrui o eccessivi. Infine c’è stato lo spazio delle valutazioni. Ognuno di noi ha potuto portare i propri feed back, cosa ha funzionato o meno e dare suggerimenti sperimentati sul campo che si spera possano essere utili per il futuro; con il programma che attende Padova, l’anno da capitale sarà impegnativo”.

Dalla chiacchierata con Acerbi emerge anche uno spaccato di ruoli a cui non siamo abituati a pensare: in un evento sportivo, che coinvolge squadre di piccole società amatoriali, che si reggono sul volontariato e che rappresentano l’ossatura dello sport inclusivo e per tutti, c’è bisogno degli accompagnatori, degli assistenti di campo, di chi si occupa di fare i segnapunti. Così come in un grande evento come quelli di Rockin’1000, per il quale si mobilitano decine di fotografi e video maker professionisti, a questi bisogna affiancare decine di volontari che si occupano della loro attrezzatura, di fare in modo che possano operare nel miglior modo possibile “e che se le batterie finiscono proprio sul più bello ci sia chi ha con sé i ricambi. Io ne avevo due borse. In questo caso specifico a Linate facevo il coordinatore, mentre per anni ho fatto il segnapunti a bordo campo di piccole squadre di baseball e pallavolo”.

Quindi consapevolezza ed umiltà sono caratteristiche che devono accompagnare il volontario. Gianfranco annuisce, ed aggiunge: “ma anche voglia di stare in mezzo alla gente. Trasmettere ciò che si sa ed aprirsi agli altri. Ovviamente ci può essere quello che parla di più e chi meno. Ma è fondamentale che questi compiti ti diano soddisfazione, ci si senta felici in mezzo alla gente.

Bisogna provare, senza farsi bloccare dal confronto con i propri limiti. Il volontario deve assicurare serietà, ma sarebbe un errore se l’associazione trasmettesse ansia o chiedesse di più di ciò che un volontario può dare. Hai raggiunto un equilibrio dentro te stesso? Bene, così la prossima volta si tornerà”.

Andrea Nicolello Rossi