La pandemia ha reso visibile il capitale di solidarietà racchiuso nei territori. Una solidarietà che mai come in questo frangente si è rivelata un valore, ma anche una capacità: la capacità di una comunità di far fronte ai problemi che la minacciano. Solidarietà quindi non come “buonismo”, ma come collante sociale: fattore che permette a una comunità minacciata di reagire, di non disgregarsi, di proteggere tutti, partendo dai soggetti più fragili.

Non si era mai vista una attivazione simile
È riemerso nei giorni del covid uno spirito di comunità nascosto. Cittadine e cittadini si sono mobilitati con reti di vicinato, si è attivata una “solidarietà di borgo” che nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri si pensava scomparsa. Un fenomeno interessante, una reazione collettiva a uno stato di minaccia. Quanto potrà durare non si sa, dipende da quanto saremo capaci di tener vivo questo patrimonio di disponibilità, di formarlo, di incanalarlo.
E poi è esplosa la solidarietà giovanile. A Padova abbiamo raccolto la disponibilità di oltre 1.600 nuovi volontari: molti 25enni, 30enni, 40enni… Ll’emergenza ha messo in gioco persone che per la prima volta hanno detto: “Abbiamo del tempo, lo vogliamo dedicare”. È un fatto nuovo: oggi la città, accanto al volontariato organizzato, vede la presenza di un volontariato “liquido”. Non c’è giorno che le cronache locali non si interessino alle storie dei “volontari di comunità”.
Non si era mai vista una attivazione simile. È vero che ci troviamo di fronte alla prima pandemia dell’ultimo secolo, dunque un fatto enorme, però la risposta del tessuto sociale è stata altrettanto stupefacente. E nell’anno in cui Padova è capitale europea del volontariato, questo attivarsi è stato il modo migliore per testimoniarlo.

La solidarietà diventa potente se coordinata
Ma la solidarietà la si è vista all’opera in tante città d’Italia; un Paese che di fronte ai grandi sconvolgimenti mostra di avere importanti risorse civili.
L’esperienza del coronavirus ci dice che sono tante le persone disponibili a immergersi nella solidarietà. Ma la solidarietà come disponibilità individuale non basta; per diventare impegno efficace necessita di essere organizzata. Così, non appena a Padova abbiamo visto che l’emergenza stava per partire, ci siamo convocati attorno a un tavolo. Il Comune, la Chiesa e il CSV hanno lanciato una call alla cittadinanza di Padova e provincia con lo slogan “Per Padova noi ci siamo”.
Il coordinamento che si è venuto a costituire ha permesso di valorizzare le disponibilità dei tanti che hanno risposto alla chiamata. Nelle settimane in cui ancora non era chiaro come ci si potesse spostare sul territorio, abbiamo costruito una mappa che geolocalizzasse i volontari. Il fatto di conoscere la loro collocazione ha permesso di rispondere alle richieste attivando di volta in volta il volontario più vicino. I volontari sono stati tutti formati con video preparati ad hoc e un questionario di verifica degli apprendimenti.

I tre fronti dell’emergenza sociale
Il primo problema che ci ha convocato al tavolo sono stati i “senza dimora”. Abbiamo in città 150-170 persone homeless e un asilo notturno. Il Comune ha subito deciso di tenerlo aperto anche di giorno, in modo da permettere a chi non aveva una casa di vivere lì la quarantena. Ma quel dormitorio non bastava per tutti. Così insieme alla Caritas, pur senza un soldo in tasca, abbiamo preso un albergo in zona Arcella: 55 persone hanno trovato lì ospitalità. In questo modo abbiamo arginato un problema che da sociale rischiava di diventare sanitario. Con qualcuno di questi amici ora stanno aprendosi prospettive di inclusione: alcuni manifestano il desiderio di uscire dalla condizione di marginalità.
L’altro problema che ci ha mobilitato sono stati gli anziani soli ultra75enni. Il Comune ha fornito al CSV l’elenco dei nominativi. Con l’apporto dei volontari e delle associazioni ci si è organizzati per fare loro ogni giorno una telefonata, andare a suonare il campanello, portare un libro o fare la spesa. Ma subito ha preso consistenza un ulteriore problema, anch’esso inedito: il formarsi di una sacca di nuova povertà che aveva bisogno di una risposta nuova.
Le persone povere della città, bene o male, sono note ai servizi sociali e alle associazioni. Ma il lockdown, bloccando ogni attività economica, ha prodotto l’impoverimento di persone e famiglie che non avevamo mai incontrato prima. Il barbiere con l’affitto da pagare, il negoziante senza risparmi da parte… Una fascia di vulnerabili che si è trovata in stato di assoluta indigenza e grave difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria.

“Ci sarà qualche furbetto, pazienza”
Il giorno dopo che il presidente del consiglio Conte ha annunciato l’arrivo dei famosi buoni spesa e il comune di Padova ha avuto l’indicazione di quanti soldi sarebbero arrivati – lo ricordo bene perché anche questo non mi era mai capitato, era una domenica mattina – il sindaco, il delegato della Caritas, i funzionari del Comune e io in quanto presidente del CSV locale, abbiamo definito come gestire questa vicenda. Abbiamo poi fatto l’accordo con la grande distribuzione affinché donasse il 10% di sconto, in maniera tale che il milione e 100 mila euro affidatoci diventasse più di un milione e 200 mila euro.
Questa operazione è partita il giorno dopo. Il martedì mattina eravamo già in grado – con gli uffici comunali, i volontari, le associazioni della città – di dare i primi buoni acquisto alle persone in difficoltà. Tutti sono rimasti colpiti da questa operazione di efficienza, segno di una maturità organizzativa di volontariato e terzo settore. Tra l’altro avevamo preso una decisione netta a fronte del rischio di comportamenti opportunistici: “Sappiamo che ci sarà qualche furbetto, pazienza”. Era più importante dare una risposta immediata.
Ovviamente i buoni spesa sono finiti in fretta. E la pancia ogni giorno deve mangiare. Come fare? In questa fase stiamo gestendo le code del famoso 10% – lo sconto accordatoci dalla grande distribuzione – acquistando altri generi alimentari. Ma dopo? Al momento abbiamo aggiunto due iniziative:
una raccolta fondi destinata all’emergenza sociale. A Padova se ne fa una tutti insieme: Caritas, Comune e CSV, sotto il cappello di “Padova capitale europea del volontariato”. I cittadini hanno risposto donando, alcune ditte hanno regalato mascherine per i volontari;
le spese sospese: nei supermercati della città le persone possono acquistare per chi ha bisogno. Ciò che viene raccolto viene portato in cinque magazzini di città e provincia e da lì smistato. Stiamo anche chiudendo l’accordo col mercato ortofrutticolo di Padova, uno dei più grandi d’Italia, perché non si può vivere di pasta e cibo in scatola, nella dieta ci vuole del “fresco”.

Ora dobbiamo contribuire a ripensare l’Italia
Rispetto al percorso di “Padova capitale europea del volontariato”, ci eravamo lasciati con lo slogan “Ricuciamo insieme l’Italia”. L’evoluzione della parte seconda sarà “Ripensiamo insieme l’Italia”. Perché non basta ricucire, occorre ripensare. Il seminario coordinato da Animazione Sociale nei giorni d’apertura (7-8 febbraio 2020, Rigenerare la solidarietà nei territori) è stato uno stimolo importante. Si tratta ora di proseguire la riflessione alla luce degli ultimi eventi.
C’è poi una “Carta dei valori del volontariato” da riscrivere. Con Tiziano Vecchiato ci siamo detti che bisognerà riscriverla tenendo conto di questa grande restituzione generativa che le città hanno espresso. E poi c’è il tema del “rapporto tra impresa e comunità”. Perché se la sfida è ripensare l’Italia, non la può ripensare solo il volontariato né solo il terzo settore e neanche volontariato e cooperazione sociale insieme. L’Italia è fatta di tanti mondi che è bene comincino a parlarsi.
I tempi dell’evento potrebbero allungarsi. Probabilmente Padova resterà capitale europea del volontariato fino a marzo/aprile 2021, condividendo il titolo con Berlino alla quale passeremo poi il testimone. L’epidemia ha provocato l’interruzione di tutte le iniziative, ma allo stesso tempo ha alzato l’asticella della riflessione. I nostri mondi sono chiamati ad aumentare il tasso di pensiero per contribuire al futuro di questo nostro fragile Paese.
A questo proposito ho seguito con attenzione l’iniziativa #RaccontaIlTuoServizio avviata da Animazione Sociale. I racconti hanno messo in luce quanta intelligenza vi sia nei mondi della cura, dell’aiuto, dell’educare. Abbiamo quindi le risorse per contribuire alla ricostruzione del Paese – perché di ricostruzione si tratta. Se fino a oggi ci siamo limitati a ristrutturare, ora è tempo di ripartire dalle fondamenta. Tutti devono dare il loro contributo. E anche se il nostro sarà un contributo parziale, sarà importante. I giorni del coronavirus lo hanno dimostrato.

Va fatto crescere un volontariato di comunità
Non si può pensare di ricostruire il Paese senza il pensiero del volontariato e del terzo settore. Ci sono scelte di sviluppo che impongono un nostro impegno diretto. Mai come oggi la dimensione politica del volontariato deve farsi sentire. Certo c’è un problema di leadership nei nostri mondi, che in questo momento mancano. C’è un problema di passaggi generazionali, che vanno curati di più nelle associazioni. Sarà importante ricercare tra quei 1.600 nuovi volontari quali figure potranno crescere. Bisognerà con loro tenere il filo, sapendo che se di quei 1.600 ne resteranno 600 sarà comunque un patrimonio gigantesco per la città.
Cosa contiamo noi? Siamo solo i “barellieri dello Stato”, per citare Mons. Nervo e Luciano Tavazza? O siamo quelli che cominciano anche a offrire visioni, strade, strategie per l’economia e per la convivenza? Io credo che il volontariato italiano abbia dimostrato in questo frangente grande maturità e si sia rivelato risorsa preziosa per le comunità. Se dovessimo usare un pensiero anticipatorio, come l’esperienza del covid ci sollecita a fare, sempre più ci sarà bisogno di tessuti sociali solidali, capaci di far fronte in modo collettivo e coordinato ai problemi della comunità.
Il volontariato allora oggi va rilanciato in questa prospettiva: come impegno civile e sociale, come “volontariato di comunità”. Sarebbe interessante che la rivista avviasse un lavoro di racconto del volontariato, in grado di dare un valore pubblico e politico alle storie che, a Padova come altrove, hanno permesso e stanno permettendo la tenuta della società.

Emanuele Alecci – presidente CSV Padova per Animazione Sociale