Lo staff del CSV e per Padova Capitale è formato da un gruppo di persone, ognuna con un proprio stile, età, formazione e storie differenti.

Ma ci sono alcuni tratti che ci accomunano; uno – decisivo ieri come oggi – è che siamo persuasi che le parole abbiano un enorme potere: ci sono parole che commuovono ed uniscono. Oppure che feriscono ed allontanano. Mentre il web è spesso pieno delle seconde, usate intenzionalmente da alcuni o con disattenzione da altri, noi ci sforziamo di utilizzare le prime. Perché le neuroscienze ci insegnano che le parole contribuiscono a formare il pensiero e che il linguaggio educa.

Per questo seguiamo – e consultiamo – Parole O_Stili, il sito e manifesto che “ha l’ambizione di ridefinire lo stile con cui le persone stanno in Rete, vuole diffondere l’attitudine positiva a scegliere le parole con cura e la consapevolezza che le parole sono importanti”.

Inoltre le parole non solo descrivono la realtà; le parole contribuiscono a crearla. Per questo apprezziamo Parlare civile, comunicare senza discriminare, il portale realizzato da Redattore sociale per evitare che parole sbagliate, discriminatorie ed offensive vengano usate per descrivere temi sensibili e a rischio stigmatizzazione.

Sarà per questi valori condivisi che ci è venuto naturale proporvi una riflessione sul linguaggio bellico usato in questi giorni per descrivere l’emergenza sanitaria mondiale: “siamo in guerra, i medici sono in trincea, gli operatori in prima linea, abbiamo un nemico …” sono le metafore abusate dai leader politici, nei social o nei messaggini fra amici in WhatsApp, mentre in TV c’è l’appuntamento quotidiano con “il bollettino”.

La sorpresa, positiva, è che la rete è piena i contributi di studiosi, linguisti, giornalisti che ci dicono che no, non siamo in guerra, questa metafora è sbagliata, pericolosa, controproducente.

Vita no profit, con Sanzia Milesi, ha chiesto a vari intellettuali se un altro linguaggio è possibile. Lo scrittore Wu Ming 2 fornisce una lettura politica: “in tempo di guerra si è tutti al fronte, tutti sottoposti alla legge marziale, tutte e tutti con l’elmetto in testa. A forza di evocare metaforicamente la guerra, ecco che la guerra arriva davvero”.

Il linguista Massimo Vedovelli, che mette in luce “una rete di mezzi di comunicazione di massa allineati sul modello della notizia sempre estrema, nei contenuti e nelle forme” risponde sicuro che un’altra comunicazione è possibile: “basata sulla ragione o almeno su un’etica della comunicazione che miri, da un lato a lottare contro l’inesprimibile, dall’altro a creare la relazione sociale”.

Anche Marino Sinibaldi, direttore di RadioTre, è persuaso che la metafora bellica sia sbagliata. “Non c’è un nemico che sta oltre un confine (…). Il nemico è comune e gli altri sono nostri alleati. Solo condividendo gli sforzi, le cautele, i sacrifici potremo vincere il virus e solo con la fiducia, cioè fidandosi e comportandoci in modo da ispirare fiducia. Tutto il contrario di una guerra”.

Sul Il Post.it Gianluca Briguglia, professore di Storia delle dottrine politiche a Ca’ Foscari., firma un articolo al titolo inequivocabile ‘No, non è una guerra’. “La metafora della guerra questa volta non funziona perché ci deresponsabilizza. Lascia pensare che al fronte ci siano solo i medici e gli infermieri che combattono contro il virus (che viene poi sempre personificato)”.

E prosegue come se volesse completare il pensiero di Sinibaldi: “introiettare l’idea della catastrofe sanitaria mondiale ci rende più chiaro che ogni comportamento individuale contribuisce all’allungamento o all’accorciamento del fenomeno (…) Non c’è odio, ma cura e affetto per lo snodo che noi siamo e il fascio di relazioni che si snodano attorno a noi.”

Daniele Cassandro, giornalista di Internazionale, attinge al pensiero di Susan Sontag per disvelare il senso della metafora della guerra: “Parlando dell’epidemia da hiv Sontag spiega perché ci viene tanto facile affrontare un’emergenza sanitaria come fosse una guerra, anziché come un complesso problema sociale, culturale o di emarginazione di determinate categorie di persone. La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo”.

Cassandro conclude l’articolo notando che “un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne. Abbiamo urgente bisogno di nuove metafore e di nuove parole per raccontarci i giorni che stiamo vivendo”.

Concludiamo la rassegna con due contributi più forti, meno ‘sofisticati’ nel disvelare i retroscena linguistici, politici o sociologici della metafora guerra. Ma emotivi, diretti, nel dirci che no, non è una guerra.

Il primo è Nico Piro, eccellente giornalista inviato in zone di conflitto. Il suo Per favore, non chiamatela guerra è un lungo e toccante parallelismo tra la difficilissima e luttuosa situazione che viviamo in questi giorni e il dramma inumano senza speranza di chi si ritrova dentro un conflitto armato.

Tra i tanti paragoni impietosi proposti da Piro questo, tra i più brevi: “è vero: in guerra è difficile pure portare il cane a fare la pipì come sta succedendo ora in alcune aree d’Italia, MA di solito perchè ti sparano o perchè il cane sei stato costretto a mangiartelo, magari assieme ai topi o a qualsiasi altra fonte di proteine (…) L’elenco potrebbe continuare ma credo di essere stato abbastanza esemplificativo, non vorrei diventare noioso. Quindi per favore, in questi giorni, non usate a sproposito il termine guerra perchè mancate di rispetto a chi in mezzo ad un conflitto ci sta per davvero”.

Ed infine Marco Dambrosio, in arte Makkox, che di mestiere fa il disegnatore. E poiché una striscia, un fumetto, no non lo si racconta, vi invitiamo a leggerle le sue cinque tavole “Sembra di essere in guerra” uscite sabato 28 marzo su l’Espresso.

 

Andrea Nicolello