Medici con l’Africa Cuamm compie 70 anni. “Una delle gemme di Padova”

Tra gli eventi organizzati per l’inaugurazione della Capitale europea del volontariato anche un primo appuntamento per festeggiare l’anniversario di una delle realtà nate sul territorio.
Il direttore don Dante Carraro:

“C’è un’Africa che è riuscita a camminare, a trovare la propria dignità o ci sta riuscendo e che va raccontata”

Professionalità e competenza, ma anche la capacità di saper condividere un percorso mettendosi al fianco dei più deboli.
Sono queste le sfide per il volontariato di oggi, in special modo quello internazionale, secondo don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm che questa mattina è intervenuto durante uno dei tanti appuntamenti previsti per l’inaugurazione di Padova Capitale europea del volontariato 2020.
“Africa-Italia. L’abbraccio che cura”, questo il titolo dell’incontro tenutosi nell’aula magna di Palazzo Bo, a Padova, non è stato soltanto un incontro per condividere le testimonianze di quanti hanno deciso di mettersi al servizio di chi vive in territori più lontani e svantaggiati. L’incontro di oggi è stata anche l’occasione per dare il via alle celebrazioni dei 70 anni di Medici con l’Africa Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari), esperienza nata proprio a Padova nel 1950 e oggi una delle più grandi organizzazioni italiane che si occupa di salute in Africa.

Don Dante Carraro ha raccontato a Redattore Sociale:

“Siamo orgogliosi di poter dire che siamo una delle gemme che questo territorio è riuscito ad esprimere. Territorio vuol dire comunità, valori, Chiesa e un tessuto che fa sì che queste realtà possano crescere”.

È l’intuizione di un giovane nato a Schio, in provincia di Vicenza, a dare il via ad un’avventura che diventerà concreta con la nascita del Collegio universitario aspiranti medici missionari. Si chiamava Francesco Canova.

“Mi sono chiesto tante volte come abbia fatto in un periodo storico come quello del ’35, tra la prima e la seconda guerra mondiale, a laurearsi e partire stando via per 12 anni. Anni in cui ha capito che era scandaloso che ci fossero paesi che non avessero un minimo di risorse umane competenti e preparate che si occupassero di sanità”.

Così, tornato in Italia, nel 1950, insieme al vescovo di Padova, mons. Girolamo Bortignon, ha dato il via al Cuamm e ha iniziato a preparare studenti di medicina desiderosi di dedicare un periodo della loro attività professionale al servizio degli ospedali missionari e delle popolazioni nei paesi in via di sviluppo.

Ad oggi sono 2 mila i volontari partiti per una media di tre anni, mentre sono oltre 200 gli ospedali serviti.
Ha aggiunto Carraro:

“Attualmente siamo in 8 paesi con 23 ospedali, tre scuole di formazione per infermiere ostetriche, una facoltà di medicina, 3 mila persone coinvolte sul campo, di cui 300 italiane. Tutto questo per dare dignità, opportunità, crescita e sviluppo soprattutto alle risorse umane locali, siano infermieri, ostetriche o nuovi medici. La cosa che più fortemente ci viene chiesta dai governi, dalle istituzioni, dalle chiese e dalla gente, infatti, è di aiutarli a costruire il diritto di restare, di non essere costretti a scappare”.

Negli anni l’organizzazione ha scelto di concentrarsi sull’Africa subsahariana, sui suoi paesi e sulle aree più fragili di ciascuna realtà.

Ha continuato Carraro:

“È l’ultimo miglio dove la situazione sanitaria è più grave. Dopo 70 anni, la sfida che abbiamo davanti è sempre di più quella di dare spazio, opportunità, competenze, professionalità, motivazione alla gente e ai giovani di questo continente. Ecco perché noi insistiamo molto su quella preposizione che ci portiamo nel nome che è il “con” l’Africa”.

Per Carraro, è questa la chiave interpretativa per evitare di cascare nell’assistenzialismo.

“Quel ‘con’ dice siamo pronti a soffrire con loro, a patire, anche ad analizzare le situazioni, a metterci attorno ad un tavolo e decidere una prospettiva di futuro che vogliamo costruire insieme. Ecco dove la cooperazione ha fatto un passo importante. C’è il coinvolgimento responsabile dei partner”.

Un coinvolgimento che deve partire da volontari sempre più preparati.

“Il volontariato internazionale è cambiato. L’elemento più forte è quello della professionalità e della competenza che al volontario viene richiesta, motivo per cui ai medici e agli operatori che partono facciamo sempre quattro settimane di formazione in sede, perché gli viene chiesto di saper fare il medico in Mozambico, o in Uganda o in Angola, dove ci sono sistemi sanitari diversi. Qual è il rischio di tutto questo? Che man mano che fai crescere la professionalità, rischia anche di diventare una sorta di sovrastruttura, con apparati amministrativi pesanti che una volta non c’erano. Per questo bisogna stare attenti perché non si perda l’anima”

Sul tema della professionalità è intervenuto Emanuele Alecci, presidente del Csv di Padova.

“La parola fragilità mi piace molto, vuol dire tante cose. Ne ho incontrate molte di fragilità che possono diventare forza. Per fare volontariato occorre competenza. Voi del Cuamm me lo insegnate. C’è una competenza in silenzi, in ascolti, in abbracci. Di fronte al dolore, alla malattia, la scienza è fondamentale, ma non basta, ci vuole, anche colui che è esperto di silenzi, di abbracci, di passioni. Questa è la funzione del volontariato: competenza e ascolto. Se le metti insieme, fai la rivoluzione”.

Tra i tanti interventi di volontari della giornata anche quello di Massimo La Raja, medico Cuamm.

“Sono partito per la prima volta 31 anni fa per l’Uganda. Ero molto giovane e ho fatto tre anni in un ospedale missionario, facendo soprattutto chirurgia. Poi sono ripartito per il Mozambico nel ’98, successivamente in Angola nel 2004 ed infine nel Sud Sudan dove sono stato tre volte, l’ultima volta lo scorso anno. All’inizio si parte con entusiasmo e presunzione, ma poi ci si scontra con la realtà ed è lì che si comincia a lavorare su delle motivazioni più profonde e ti rendi conto che i veri eroi non siamo noi, ma quelle persone che affrontano eroicamente una quotidianità drammatica”.

I volontari di oggi, ha raccontato La Raja, però sono molto più preparati di prima.

“Proprio lo scorso anno ho avuto la fortuna di lavorare in Sud Sudan con un ragazzo ancora in specializzazione e una ragazza appena specializzata. Ho trovato in loro le stesse motivazioni e lo stesso entusiasmo, forse di più. La generazione di medici attuali, poi, vengono formati meglio e quelli che arrivano alla decisione partono con un livello di maturità e consapevolezza superiore”.

Che il mondo dei volontari sia in fermento lo testimoniano anche le tante richieste ricevute dalle università,
come ha raccontato don Dante Carraro.

“Collaboriamo con 32 sedi universitarie italiane e con loro abbiamo un accordo che dà la possibilità agli specializzandi di fare formazione in uno dei nostri ospedali in Africa per 6 o 12 mesi. Abbiamo un trend esponenziale di richieste. I giovani, se ben informati, scatenano un’energia che pensavo non ci fosse”.

Ed è proprio la narrazione distorta o parziale che si fa dell’Africa attraverso i media uno dei punti su cui bisogna lavorare ancora.

Ha aggiunto don Dante Carraro:

“Quello che dispiace è che nell’immaginario collettivo l’Africa è una sorta di disgrazia che ci è capitata vicino a casa. L’Africa è grande e bisogna avere l’umiltà di conoscerla. Purtroppo nei mezzi di comunicazione a volte il rischio della semplificazione è molto forte”. L’Africa rappresenta una grande opportunità per il nostro continente europeo. Noi ci stiamo sforzando di raccontare anche l’Africa che nessuno racconta: come il Kenia, ad esempio. Abbiamo iniziato a lavorare lì nel ’55. C’era una condizione sanitaria drammatica, ma dieci anni fa abbiamo lasciato il paese perché in questi 60 anni è cresciuto ed è diventato più autonomo. Non perché ha risolto tutti i problemi, ma è in una situazione infinitamente migliore rispetto a 60 anni fa. Oppure in Uganda, un paese che ha ridotto moltissimo la mortalità da parto e quella infantile. È aumentata l’istruzione: si laureano 200 medici all’anno e molti medici ugandesi adesso ci stanno aiutando in Sud Sudan, un paese molto più problematico. C’è un’Africa che è riuscita a camminare, a trovare la propria dignità o ci sta riuscendo e che va raccontata”.

A raccontare un continente in continuo mutamento anche Massimo La Raja.

“Una volta, in Uganda, negli ospedali eravamo tutti italiani – ha aggiunto -. Adesso lavorare con l’Africa è sempre di più ‘con’ l’Africa. La scommessa è creare sinergie col personale e le autorità locali. Noi portiamo risorse e competenze, ma soprattuto li aiutiamo a sviluppare le proprie competenze. Questa è una cosa fondamentale per lo sviluppo dei paesi africani, ma anche per dare un senso ad una cooperazione che crei dinamiche positive. Non tutto va bene, ovviamente. Per questo ha ancora un senso partire, ma per accompagnare e non per sostituire”.

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