Intervista alla Professoressa Patrizia Messina, direttore del Centro Studi regionali “Giorgio Lago” Università di Padova.

Cosa si intende con responsabilità sociale di territorio e come si integra o è sviluppo della CSR? Come si colloca, in questo scenario, il rapporto tra profit e no profit?

Il recente dibattito sulla responsabilità sociale di impresa, coniugato con gli obiettivi della sostenibilità dello sviluppo e le pratiche dell’innovazione sociale, ha messo in luce l’opportunità di far evolvere il concetto di “responsabilità sociale” superando la visione limitata alla singola impresa, alla sua organizzazione interna e le interazioni con l’esterno, per valorizzare piuttosto il sistema di relazioni e di interazioni che legano tra loro i diversi attori dello sviluppo entro un dato contesto territoriale. In questa prospettiva, la responsabilità sociale del territorio fa rifermento al sistema di relazioni in cui operano tutti gli attori dello sviluppo, portatori di interessi, pubblici e privati, di un dato contesto territoriale, e alla loro capacità di generare strategie e obiettivi condivisi di sviluppo sostenibile, tanto più efficaci, quanto più in grado di incrementare la coesione sociale e rendere, al tempo stesso, il territorio più attrattivo e competitivo. Le imprese diventano, quindi, solo uno dei soggetti a cui guardare per valutare la responsabilità sociale di un territorio, non certo l’unico. L’attenzione si sposta piuttosto sul sistema di relazioni/interazioni che generano comunità e coesione sociale, legato alla capacità di generare nuovi valori condivisi coerenti con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, ben individuati nei 17 Goals di Agenda 2030. Si tratta di obiettivi di sviluppo ancora tutt’altro che prevalenti e consolidati nel sistema di valori e nelle pratiche in cui è prevalsa, e prevale, l’economica di mercato che, per potersi affermare, richiedono invece un profondo cambiamento culturale, etico e di indirizzo politico. In questa prospettiva, la responsabilità sociale di territorio si configura allora come un progetto politico di sviluppo territoriale mirato a generare un nuovo tipo di comunità, costituita da “ciò che decidiamo di mettere in comune”, seguendo gli obiettivi di sviluppo propri del Benessere Equo e Sostenibile territoriale (BES-T).

La situazione che stiamo vivendo con l’emergenza coronavirus sta facendo emergere in maniera ancora più evidente come una relazione tra profit e no profit possa essere strategica per la costruzione di nuove forme di comunità e per dare risposta ai bisogni della popolazione, compresi i nuovi bisogni. Che elementi possiamo trarre da questo contesto (se pur ancora all’inizio di un periodo che si prospetta lungo) per re-immaginare una relazione tra profit e no.profit e comunità?

L’interazione crescente tra profit e non profit, ma anche tra pubblico e privato, sta mettendo in luce da diverso tempo, importanti forme di innovazione sociale diffusa a tratti sul territorio, che mettono in luce, più in generale, un profondo cambiamento delle interazioni tra Stato, Mercato e Comunità e, al tempo stesso, la necessità di un cambiamento profondo del modo di regolazione dello sviluppo, reso ancora più urgente dall’emergenza Covid 19. L’innovazione sociale non va confusa con l’impresa sociale, né con le nuove imprese non profit o profit. Essa attiene piuttosto a nuove modalità di decisione e di azione per soddisfare specifici bisogni di una comunità. L’accento va messo, insomma, sul diverso modo di affrontare complessi problemi, che non possono essere efficacemente affrontati e risolti con le modalità organizzative tradizionali, tipicamente gerarchiche, ma richiedono piuttosto un cambiamento organizzativo di tipo reticolare, adottando l’intera gamma degli strumenti a disposizione, a partire dall’uso innovativo delle nuove tecnologie, ma anche di forme di coordinamento e collaborazione orizzontali, piuttosto che di controllo verticale. Questo tipo di innovazione si connota, quindi, anche per una sua componente tecnica e organizzativa, la quale incrementa le capacità di azione della collettività che si mobilita, crea nuovi ruoli, nuove professionalità e nuove relazioni tra gli attori coinvolti, riuscendo persino a coinvolgere nella produzione risorse e capitale umano altrimenti sotto utilizzati. Essa sta dando luogo a un vero e proprio cambiamento anche del lessico per descrivere le pratiche innovative sperimentate sul campo, come: Co-housing; Social-housing; Co-working; Fab lab; Crowdfunding; B-Corp; Corporate Social Innovation, per fare solo qualche esempio. Va sottolineato che questa varietà di nuove modalità di azione è accomunata da un dato importante: si tratta infatti di “organizzazioni ibride”, che coniugano sistematicamente profit e no profit.

E’ pensabile (esiste già? ha senso?) pensare ad un modello che superi il concetto di b corp per un più ampio concetto di c corp dove la c rappresenta la comunità?

Credo che il cambiamento più importante di cui abbiamo bisogno in questa fase di profonda “metamorfosi” che stiamo attraversando riguardi proprio la necessità di superare la visione monocentrica dello sviluppo, e ancor più della comunità, centrata sull’impresa, profit o non profit che sia. La reinterpretazione della CSR su basi territoriali e relazionali diventa ancora più rilevante in contesti produttivi di piccola impresa, come nel caso Italiano, ma anche europeo. In contesti produttivi così caratterizzati, se non si parte dalle dimensioni territoriale (entro cui le piccole imprese sono radicate) e della rete di relazini, adeguando di conseguenza anche le politiche di sviluppo, si rischia di perdere di vista l’idea stessa di responsabilità sociale per lo sviluppo. Mettere al centro delle politiche di sviluppo il territorio aiuta anche ad orientare l’azione “di rete” degli attori strategici dello sviluppo, chiamati ad agire non più come stakeholder, ovvero come portatori di interessi contrapposti e corporativi, ma come community-holder motivati a convergere verso un sistema di valori condiviso, volto a perseguire la coesione sociale come uno dei principali obiettivi di sviluppo sostenibile.

 

Bibliografica utile suggerita:

P. Messina, Oltre la responsabilità sociale di impresa. Territori generativi tra innovazione sociale e sostenibilità, Padova University Press, 2019.