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Un confronto tra istituzioni e società civile per costruire percorsi di autentica rieducazione “costituzionalmente orientata”.

Seminario di studio – venerdì 21 febbraio 2020, ore 9.45 – 12.45 – Sala Anziani a Palazzo Moroni (via VIII febbraio 6, Padova)

Il 21 febbraio, un confronto tra Istituzioni e società civile su come costruire percorsi di autentica rieducazione “costituzionalmente orientati”. A cura del Coordinamento Carcere e città del Due Palazzi

L’Ordinamento penitenziario da poco riformato dice che il trattamento penitenziario “si conforma a modelli che favoriscono l’autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l’integrazione” delle persone detenute. Il Coordinamento Carcere e città del Due Palazzi ritiene importante, anche alla luce di questa ridefinizione del trattamento penitenziario, aprire un confronto con tutti i soggetti impegnati nei percorsi di reinserimento delle persone detenute: dalle Istituzioni, rappresentate da Amministrazione penitenziaria, magistratura di Sorveglianza, scuola, Enti Locali, alle cooperative e associazioni di volontariato, che rappresentano la società civile nel suo ruolo fondamentale di affiancamento del detenuto dal carcere ai “primi spazi di libertà”.
La Corte Costituzionale di recente ha ribadito (sentenza 253/2019) che “il permesso premio, almeno per le pene medio-lunghe, rappresenta un peculiare istituto del complessivo programma di trattamento. Esso consente «al detenuto, a fini rieducativi, i primi spazi di libertà», mostrando perciò una «funzione “pedagogico-propulsiva”. Saper gestire questi “spazi di libertà” per le persone detenute è importante, ed è importante anche che nel “mondo libero” si capisca che non è il carcere “cattivo” che ci rende tutti più sicuri, ma sono proprio questi percorsi di rientro nella società graduali, responsabili, accompagnati passo passo.
Uno degli strumenti più importanti, che dovrebbe mettere in relazione tutti i soggetti impegnati a vario titolo (istituzionali e non) nei percorsi di reinserimento delle persone detenute, è sicuramente il GOT (Gruppo di Osservazione e Trattamento – vedi circolari: n° 3593/6043 del 9/10/2003, GDAP-0217584-14/6/2005 e PU-GDAP·4000-0024103-20/01/2011). In realtà il GOT oggi, a livello nazionale, è uno strumento utilizzato troppo
poco e, laddove presente, spesso usato in maniera formale e svuotato pertanto del suo vero significato.
Questo è sicuramente un segno della grande fatica a lavorare assieme, in una rete reale tra le varie specificità e professionalità in campo: una rete alla quale noi invece vogliamo dare grande importanza, perché è lo strumento che permette di valorizzare le capacità di ascoltare e di stimare il lavoro e il punto di vista dell’altro da sé.
A parlare di rieducazione, di GOT (Gruppi di osservazione e trattamento), di sintesi, di percorsi di rieducazione/risocializzazione/reinserimento saranno alcuni fra i maggiori esperti di questo tema, che presentiamo attraverso le loro stesse parole:
Roberto Bezzi, responsabile dell’area pedagogica della Casa di reclusione di Bollate
“Se il mandato dell’educazione in genere, non educazione in carcere, l’educazione da quella infantile, a quella per gli adolescenti, ancor di più all’educazione per gli adulti, ha come obiettivo ultimo sempre il fatto che l’altro diventi autonomo, noi abbiamo raggiunto il nostro obiettivo quando l’altro non ha più bisogno di noi”.

“Se non hai senso critico non puoi essere adulto, non puoi leggere e capire ciò che ti circonda, non puoi comprendere il mondo, ecco rischiamo invece di allontanarci da questo obiettivo, nonostante proprio la produzione, la stimolazione nell’altro di senso critico abbia delle finalità fortemente educative”.

Marcello Bortolato, magistrato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze
“Il detenuto deve avere la capacità di essere autore della sua rieducazione, non più destinatario passivo di trattamenti per lo più stereotipati simili a loro stessi, ma di trattamenti differenziati pensati esclusivamente per lui, e quindi individualizzati. Questo significa anche un forte investimento culturale per esempio sul linguaggio, bisognerebbe cercare di abbandonare il linguaggio infantilizzante che caratterizza la vita detentiva perché fa sentire il detenuto un bambino che deve essere rieducato. Così come bisognerebbe spingere il detenuto a organizzare la propria giornata, certamente nei limiti di quello che è consentito dalle esigenze di sicurezza, ma è necessario che un detenuto possa costruirsi la propria giornata, perché solo attraverso un processo di vera responsabilizzazione abbiamo la speranza che esca dal carcere una persona migliore di quella che è entrata”.

Maria Pia Giuffrida è stata dirigente dell’Amministrazione penitenziaria, per la quale ha presieduto, tra l’altro, per oltre 12 anni, la Commissione sulla giustizia riparativa e la mediazione penale istituita presso il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Oggi è mediatrice penale.
“Quello che balza all’occhio è l’ozio “involontario”, la passivizzazione e l’infantilizzazione della persona detenuta, la paura e la disperazione che sfociano spesso in atti di autolesionismo, il silenzio e il rumore, i piccoli e grandi spazi di potere, i privilegi e i provvedimenti disciplinari: l’irragionevolezza in altri termini di un sistema che contiene e “insegna” un “buon comportamento penitenziario”, (…). Il diritto del condannato ad un trattamento individualizzato, punto cardine della riforma del 1975, sembrerebbe dimenticato se non si facesse riferimento alla competenza di singoli operatori delle varie categorie professionali. (…) Queste riflessioni appariranno certamente severe e distruttive ma portano a mettere a fuoco il piano fondamentale su cui è necessario – a mio parere – intervenire: la responsabilità. Il tema della responsabilità ci porta a “cambiare occhiali” e riconsiderare il piano culturale, il sistema dei valori, la riscoperta di significato e di senso, la centralità dell’uomo, la ri-valorizzazione delle relazioni”.

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